Nicola
Lupoli
Un
Ministro che ha esordito dichiarando la sua intenzione di portare a
compimento la peggiore “riforma” scolastica del nostro Paese -
ignorando l’indifferibile urgenza di rimediare alla demolizione
culturale e finanziaria della Scuola e dell’Università operata dal
suo predecessore - ha lanciato una nuova offensiva mediatica: il
«decreto merito». Una gara a chi arriva prima e meglio al
traguardo, potendosi così fregiare della coccardina di «studente
dell'anno», comportante una riduzione del 30% delle tasse al primo
anno di università, una borsa di studio aggiuntiva, la card
«Iomerito» che dà diritto a sconti per musei e trasporti;
Olimpiadi internazionali, Master class estive, anagrafe nazionale sul
sito del Miur consultabile dalle imprese per inviti a stage e
tirocini e per assunzioni agevolate da sgravi fiscali. In nome della
meritocrazia.
Non
nuovo nelle politiche delle destre tradizionali e del neoliberismo
contemporaneo, il termine merito [dal latino meritu(m)] è stato
codificato nelle ideologie conservatrici come una dote, il
possesso innato, cioè, di qualità, pregi, virtù che rendono i
possessori degni di premio, stima, lode.
È
un caso che nei Paesi in cui ha prevalso quest’idea si registra il
più basso indice di mobilità sociale?
Anziché
intervenire (come prescrive la Carta costituzionale) sulle cause
esogene delle variazioni del rendimento scolastico (esposizione
quali/quantitativa a stimoli; loro grado di consistenza e coerenza;
motivazioni esterne; feedback correttivi …), si ignorano le
situazioni di disagio sociale, di relazioni familiari degradate, di
povertà economica e culturale.
Una
scorciatoia “culturale” che nulla ha a che fare con lo statuto
“logico” del termine in questione, che non è, affatto, un
concetto descrittivo della realtà del soggetto-Persona, bensì
un’intenzionale prospettiva pedagogica, un traguardo scientifico,
esistenziale ed etico verso cui spingere idee e risorse della
formazione. È la prospettiva del tanto odiato - dalla Gelmini di
turno - Don Milani: quella che del merito individua la natura
pragmatica, il carattere storico-relativo, e che lo colloca
all’interno di processi e dinamismi storico-sociali; che impone da
tempo alla scuola, a partire da quella dell’infanzia (1), di
gestire processi di apprendimento complessi, plurali, divergenti,
diversificati per favorire in tutti e in ciascuno la
costruzione della conoscenza.
All’inizio
del secolo scorso Bertrand Russell si chiedeva di quanti Leonardo da
Vinci l’umanità fosse stata privata dall’assenza di opportunità
formative.
Non
sarebbe, allora, scientificamente corretto e democraticamente giusto
“rovesciare” il senso di “meritocrazia” attribuendolo non
tanto ai singoli soggetti, bensì a quelle scuole che con più
efficacia accompagnano “tutti” i cittadini attraverso i nuovi
panorami culturali ed esistenziali e che promuovono la coesistenza,
l’universalità e l`indivisibilità dei diritti?
"Riforma della scuola" n°15