venerdì 31 agosto 2012

Sulla scuola un profumo che non piace


Nicola Lupoli


Un Ministro che ha esordito dichiarando la sua intenzione di portare a compimento la peggiore “riforma” scolastica del nostro Paese - ignorando l’indifferibile urgenza di rimediare alla demolizione culturale e finanziaria della Scuola e dell’Università operata dal suo predecessore - ha lanciato una nuova offensiva mediatica: il «decreto merito». Una gara a chi arriva prima e meglio al traguardo, potendosi così fregiare della coccardina di «studente dell'anno», comportante una riduzione del 30% delle tasse al primo anno di università, una borsa di studio aggiuntiva, la card «Iomerito» che dà diritto a sconti per musei e trasporti; Olimpiadi internazionali, Master class estive, anagrafe nazionale sul sito del Miur consultabile dalle imprese per inviti a stage e tirocini e per assunzioni agevolate da sgravi fiscali. In nome della meritocrazia.
Non nuovo nelle politiche delle destre tradizionali e del neoliberismo contemporaneo, il termine merito [dal latino meritu(m)] è stato codificato nelle ideologie conservatrici come una dote, il possesso innato, cioè, di qualità, pregi, virtù che rendono i possessori degni di premio, stima, lode.
È un caso che nei Paesi in cui ha prevalso quest’idea si registra il più basso indice di mobilità sociale?
Anziché intervenire (come prescrive la Carta costituzionale) sulle cause esogene delle variazioni del rendimento scolastico (esposizione quali/quantitativa a stimoli; loro grado di consistenza e coerenza; motivazioni esterne; feedback correttivi …), si ignorano le situazioni di disagio sociale, di relazioni familiari degradate, di povertà economica e culturale.
Una scorciatoia “culturale” che nulla ha a che fare con lo statuto “logico” del termine in questione, che non è, affatto, un concetto descrittivo della realtà del soggetto-Persona, bensì un’intenzionale prospettiva pedagogica, un traguardo scientifico, esistenziale ed etico verso cui spingere idee e risorse della formazione. È la prospettiva del tanto odiato - dalla Gelmini di turno - Don Milani: quella che del merito individua la natura pragmatica, il carattere storico-relativo, e che lo colloca all’interno di processi e dinamismi storico-sociali; che impone da tempo alla scuola, a partire da quella dell’infanzia (1), di gestire processi di apprendimento complessi, plurali, divergenti, diversificati per favorire in tutti e in ciascuno la costruzione della conoscenza.
All’inizio del secolo scorso Bertrand Russell si chiedeva di quanti Leonardo da Vinci l’umanità fosse stata privata dall’assenza di opportunità formative.
Non sarebbe, allora, scientificamente corretto e democraticamente giusto “rovesciare” il senso di “meritocrazia” attribuendolo non tanto ai singoli soggetti, bensì a quelle scuole che con più efficacia accompagnano “tutti” i cittadini attraverso i nuovi panorami culturali ed esistenziali e che promuovono la coesistenza, l’universalità e l`indivisibilità dei diritti?

"Riforma della scuola" n°15